gli amici

Ho letto un’intervista molto bella oggi, in rete. L’ha rilasciata Maurizio Maggiani, che è uno scrittore che io nemmeno amo particolarmente ma che non di rado mi ha persuaso proprio con le sue dichiarazioni. Oggi dice tante cose sull’editoria e sui libri e sulla lettura che sarei pronto a sottoscrivere una per una. Per esempio, dice questa:

 

Quando vengo a Mantova [al festival della letteratura] mi sembra sempre di essere all’ultima convention, ad Alessandria d’Egitto, degli incisori di tavolette d’argilla. Perché lo percepisci chiaramente che è finita. La questione della carta, che ci piaccia o no, è una questione già decisa dal punto di vista economico: l’editoria è un’industria, e la carta, dal punto di vista economico, è una follia.

 

Oppure questa:

 

Il narratore ha un’arte narrativa che è fatta di molte cose, che non è solo la padronanza della lingua, ma anche del tono, del gesto, dell’ambiente, sa costruire dentro uno stanzone disadorno un teatro, perché devi convincere la gente a stare lì, devi convincerli che ne vale la pena. Io cerco di trasformare tutto questo in un racconto scritto, cerco di ricostruire su una superficie piatta che è quella dello schermo o della carta la tridimensionalità della narrazione orale. La narrazione orale infatti è tridimensionale, è fatta dal tono di voce, di gesto, di spazio, di sguardi di quelli che stanno ad ascoltare. Perché una cosa che ho imparato è che l’autore non è mai uno solo, che non esiste Maggiani come autore, e nemmeno Tolstoj. L’autore non è mai uno, sono almeno due: uno che racconta e uno che ascolta, o che legge. Se non ci sono tutti e due il racconto non c’è, al limite c’è un vaniloquio, c’è uno che parla da solo, uno matto.

 

Ma vi consiglio tutta l’intervista, in realtà, cui questi estratti non rendono nemmeno giustizia. È stimolante, e vale alcuni dei nostri minuti liberi.

 

Così come li vale, a mio parere, il breve post scritto oggi (e da me letto proprio oggi, immediatamente) da Andrea Vigani per «Left Wing». Parla di garantismo, una parola tra le più abusate e tradite degli ultimi vent’anni. Dice cose importanti, come questa:

 

La parola garantismo ha avuto in questi anni uno scivolamento semantico, se non un vero e proprio cedimento strutturale, e dalle vette dell’utopia ci siamo ritrovati immersi fino al collo nel fango del giustizialismo quotidiano. Siamo sprofondati, fino a identificare la parola garantismo con l’insofferenza verso il controllo giudiziario, confondendo diritti e formalismi burocratici, liquidando come collaborazionismo ogni tentativo di riaffermarne la natura di fondamento dello stato di diritto.

 

Infine, sempre oggi, ho letto sul web un interessantissimo articolo di Riccardo Falcinelli che prova a spiegare come le immagini siano veicolo per la scienza (a proposito, per esempio, della classica rappresentazione elicoidale del dna) e di come però l’immagine sia essa stessa una «interpretazione» che in qualche modo tradisce la pretesa stessa di verità della scienza che vorrebbe rappresentare. L’articolo è complesso ma di nuovo vale le energie spese per la lettura. Riguarda da vicino, mi pare, anche voi medici e comincia così:

 

Viviamo circondati da immagini, in un numero enorme se confrontato con qualsiasi società che ci abbia preceduto. Gran parte di queste sono pensate per intrattenere, per raccontare, per sedurre, come quelle della fiction, dei videogiochi o della pubblicità. Un’altra parte è fatta per testimoniare o per spiegare: si tratta delle foto giornalistiche e delle immagini scientifiche. In entrambi i casi si mostra qualcosa e si afferma che quanto si sta mostrando è “vero”. Sarebbe però più corretto dire che si pretende sia vero, visto che il rapporto delle immagini con la verità non è dato una volta per tutte ma sempre frutto di un accordo, di una negoziazione tra chi mostra e chi guarda. Condizione stringente nel caso delle immagini scientifiche che esibiscono spesso cose non visibili a occhio nudo: l’atomo, un virus o il DNA li conosciamo infatti attraverso raffigurazioni e non tramite esperienza diretta. C’è dunque da chiedersi quali strumenti figurativi vengano impiegati a questo scopo e perché questi e non altri.

 

Sono tre letture che non hanno niente in comune, direte voi. E avrete ragione, infatti; ma anche, contemporaneamente, avrete torto. Perché sono tre letture che ho fatto (e che sono assai felice di avere fatto) soltanto perché qualcuno dei miei «amici» (tre miei «amici» diversi, a dire il vero) le ha segnalate su Facebook, con un link. E io quindi le ho potute leggere. E forse, senza Facebook e senza quei tre miei «amici», non le avrei mai lette e sarei andato a dormire, stasera, un po’ più povero e con qualche idea in meno. Lo scrivo perché mi pare importante. Perché è la risposta a tutti quelli che continuamente mi dicono (si tratta di miei alunni diciottenni, per lo più) che Facebook (così come gli altri social network, ovviamente) fa schifo perché ci si trovano sopra (o dentro?) soltanto stupidaggini e idiozie. Ecco, dipende dagli amici che uno ha, ho voglia di rispondere… Ma è una cosa così ovvia che non credo che la scriverò.

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Davide P.
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2 Responses to “gli amici” Subscribe

  1. .mau. 16 settembre, 2015 at 3:53 pm #

    Maggiani l’avevo letto, e mi erano piaciute soprattutto due parti: quella dove diceva che scriveva poco perché non voleva essere stritolato dalla mania della pubblicazione immediata e quella dove faceva notare come il mezzo cambia il modo di scrivere (e questo non vale solo per la scrittura 🙂 )

    Falcinelli usa un’iperbole: le immagini non sono pensate come “il vero” ma come un modo per convogliare un’informazione. Un’immagine vale mille parole, no? (e infatti io uso poche immagini 🙂 )

    Sull’articolo di Vigani, più che di garantismo parlerei di rispetto delle sentenze. Se accettiamo che Scattone ha commesso un omicidio colposo, dobbiamo anche accettare che la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici non è stata comminata. Tutto qua. (anzi no, ci aggiungo un “e i marò?” che fa tanto Facebook)

    Ma veniamo al vero punto. Ognuno sulla timeline di Facebook ha gli amici che si sceglie, e questo è un fatto. Ma la cosa non è così semplice. Innanzitutto, io sono della scuola che afferma che la quantità di idiozie presente su Facebook è pari a quella che si trova in giro. La vera differenza è un’altra: che il tempo impiegato per vedere le idiozie è molto inferiore al tempo impiegato per leggere e assaporare le cose importanti. Quindi per ciascun post importante ne vedi dieci o venti stupidi – anzi no, distinguiamo le stupidate che ti lasciano un sorriso sulle labbra su quelle che ti fanno arrabbiare perché vedi banalmente che sono fallaci. Quello che dovremmo fare tutti, dai tuoi diciottenni a noi che non ci ricordiamo nemmeno più di quando avevamo diciott’anni, è far scorrere senza problemi le idiozie – e magari togliere dalla timeline gli amici che postano sempre e solo idiozie: io l’ho fatto e mi trovo molto bene, e loro non lo sanno nemmeno perché continuano a essere amici e vedere tutto quello che scrivo se ne hanno voglia – e assaporare le cose interessanti.

    Ho scritto troppo? 🙂

    • Davide P. 16 settembre, 2015 at 4:01 pm #
      Davide P.

      Era meglio se usavi un’immagine? 🙂
      No, scherzo.
      Eliminare dalla timeline coloro che la intasano di idiozie significa, in concreto, scegliersi gli amici e quindi diminuire un po’ la percentuale di idiozie che scorrono rispetto al tutto. Si tratta comunque di un tentativo di ridurre il rumore molesto. Dare la colpa a Facebook, questa era l’ovvietà, non ha invece alcun senso.

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