estremità

Ho letto oggi, sul sito dell’Espresso, grazie a un link che mi allontanava da uno strano articolo in cui si diceva che la poesia gode di ottima salute ma forse non è veramente poesia, e mentre non riuscivo a capire (colpa mia, senz’altro) come le due cose potessero stare insieme, come si potesse credere a una convivenza del genere, ecco nel frattempo ho per fortuna letto una brevissima digressione sulla poesia e sulla ricerca delle perfezione che le è connaturata: la levigatura estrema della parola, secondo Wlodek Goldkorn. Il quale scrive così:

 

La poesia è lentezza, perché ogni parola deve essere esatta (nel senso che all’esattezza dava Italo Calvino in “Lezioni americane” dove cita “L’anguilla” di Montale) e precisa. Si racconta di poeti che attendono mesi finché sulla pagina non appaia l’aggettivo o il verbo giusto. La poesia non sopporta il parlar sciatto, non tollera la mancanza di attenzione, richiede uno sforzo meditativo. Non esiste poesia sbrigativa.

 

E, mentre leggevo annuivo, con la testa, perché è vero che c’è questa lentezza nella parola poetica a cui non si può rinunciare, se non al prezzo (ne converrete, assurdo) di rinunciare proprio alla poesia.

 

Ma c’era comunque qualcosa che mi mancava, mentre leggevo l’articolo. Come se rimanesse un non detto che mi feriva, che mi lasciava perplesso, che mi toglieva la convinzione che l’articolo che stavo leggendo fosse davvero bellissimo, come avrei voluto che fosse.

 

E poi, infine, dacché l’internet è grande e piena di sorprese, l’ho trovato in tutt’altro luogo virtuale, quello che cercavo a proposito della poesia. Nella descrizione di uno sforzo estremo, in una sprezzatura quasi nevrotica, in una fatica mai pensata prima e finalmente colta nel suo apparire laddove nessuno guarda, nemmeno io, nella mano sinistra, quella che non colpisce mai, quella che si incrina, quella che tiene in equilibrio il resto, nascosta dalla certezza che tutti stanno guardando la mano destra, il colpo vincente, la vittoria. Ecco, in questo passaggio sul tennis miracoloso di Roger Federer, ho trovato il senso che mi mancava, l’idea che la levigatura estrema non basti se non cela l’estremo dolore che la parola comunque non riesce a dire, se non nello spazio del suo silenzio, la pagina bianca (come la mano sinistra del tennista, o del suonatore, se preferite). Il passo è questo (ma l’articolo di Andrea Cortellessa merita di essere letto tutto, anche se non vi piacesse il tennis, anzi forse di più):

 

Chi lo avesse incrociato sul finire degli anni Novanta o all’inizio del decennio seguente (quando per esempio, nel 2001, a vent’anni vinse il suo primo torneo ATP al vecchio Forum di Milano), testimonia di un moccioso viziatissimo, supponente e dall’umore periclitante, polemico e riottoso: che, al primo errore, fracassava racchette a ripetizione. Una debolezza nervosa la cui repressione, sino a inarrivabili vertici di sprezzatura, è sempre rimasta lì, sopita, ad attendere l’occasione d’incrinare la sua perfezione stilistica. Clic spitzeriano, di tale inavvertita fragilità, la postura della sua mano sinistra al termine del gesto, non meno che olimpico, del rovescio in top-spin: giocando il rovescio a una mano, come ormai un’estrema minoranza dei tennisti professionisti – plagiati, negli anni Settanta e Ottanta, dalla moda del rovescio a due mani, fattasi egemonica colla vague svedese dei Borg prima e dei Wilander poi – la sinistra è in sostanza, nel gioco di Federer, una mano morta, relegata al lancio della palla nel servizio. Inutilizzata e infatti rattrappita (come tutto il braccio sinistro, nei tennisti d’una volta dal rovescio a una mano, se lo si paragonava all’altro braccio, iperbolizzato dall’esercizio), la mano sinistra si libera dalla tensione – cui il corpo era costretto, sino a un istante prima, dallo spasmodico raccogliersi a molla per poi esplodere la massima apertura del rovescio – adagiandosi in una postura curiosamente molle, snervata, precocemente esausta. È solo un dettaglio, e oltre tutto tecnicamente irrilevante, ma – ai miei occhi, almeno – psicologicamente eloquente. Che da sempre segnala l’inherent vice del declino a venire.

Davide P.
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