essere altro

Ogni libro è un libro è un libro è un libro, prima di essere altro. E prima di essere altro, ogni libro è un oggetto. (O almeno lo è per chi considera la cultura «il più prestigioso degli accessori», et voilà: esiste dunque l’inferno.)

 

Ma forse manca poco tempo perché un libro resti pur sempre un libro senza più essere un oggetto. E magari, credo io, sarà pure un bene, oltre che per le pareti affollate della mia piccola stanza (in cui lavoro e invecchio) anche per quelle abitudinarie del mio e del vostro cervello, troppo abituate all’idea che il libro debba essere una «cosa», come siamo noi, come se non potesse essere altro, come se non fosse mai stato altro che altro. [primo vero link, qui]

 

E forse, ma qui ci avventuriamo in luoghi del pensiero e della parola che non è facile percorrere senza un brivido di spavento, forse il Libro non è mai stato un oggetto, ma una voce, un ascolto, un cenno e un’obbedienza, il tentativo di un incontro che era impossibile trovasse altra consistenza se non quella provvisoria della pergamena. [secondo vero link, qui]

 

E infine c’è anche il libro borgesiano, l’infinito vocabolario, quello che non smette mai di inventarsi e di inventare parole per descrivere ciò che vediamo, che crediamo di vedere, che non facciamo altro che vedere, che non abbiamo mai visto. [terzo vero link, qui]

 

[Il primo dei link di oggi dice anche così:

 

La lunga storia del libro sta lì a dimostrarci che un cambiamento della fisicità finisce sempre per comportare mutamenti non solo nella natura di quello che nel libro è scritto (il contenuto), ma anche del modo in cui quel contenuto è strutturato, presentato, esposto, fruito. Con una conseguenza ulteriore: cambiano anche i destinatari, ossia il pubblico cui il testo è indirizzato. Ed è proprio la trasformazione di tutti questi elementi fondativi del libro – la fisicità oggettuale, il contenuto, la forma, i destinatari – a provocare quella sorda sensazione di vertigine e di spaesamento che di questi tempi affligge tutti coloro che, in un modo o nell’altro, di libri si occupano. Come un rombo sordo, lontano, che si agita ancora sullo sfondo, la percezione di un grande, carsico sommovimento mette in allerta il mondo dell’editoria. Cosa accadrà al libro è impossibile dirlo; però analizzando fatti e dati possiamo provare a tracciare delle possibili prospettive aperte dalla comparsa del libro immateriale.

 

Il secondo dei link di oggi è il mio preferito e dice anche così:

 

Il rotolo non è un libro facile da consultare, da qui la necessità di impararne i brani a memoria. Ma per l’ebreo la Bibbia è essenzialmente Mikra, ciò che scaturisce dalla lettura. Questo significa che ogni scrittura diventa parola vivente solo quando la si legge. La pienezza della comunicazione si verifica nel momento in cui una coscienza si rivolge a un’altra coscienza, aprendosi alla pluralità delle interpretazioni.

 

Il terzo link di oggi parla anche di David Foster Wallace e di tutti quelli come lui che hanno cercato le parole che fossero parole nuove per raccontare il mondo nel suo infinito divenire, e dice anche così:

 

Se siamo d’accordo con Ludwig Wittgenstein quando sostiene che i confini del nostro linguaggio sono i confini del nostro mondo, gli scrittori che si servono di parole desuete, che inventano neologismi, che ritrovano i dialetti, che usano idiomi settoriali nei loro libri, ci fanno da guide speleologiche, da esploratori artici verso i luoghi meno battuti del nostro mondo.]

 

Tutto questo solo per arrivare a dire una cosa, questa cosa: che un libro non è un libro non è un libro non è un libro non è mai un libro.

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Davide P.
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