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era uno scrittore

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Ha un po’ scoperto e un po’ inventato un mondo in cui nessuno ancora aveva capito di vivere, e una figura nascosta nel profondo di innumerevoli suoi abitanti…

Oggi Fantozzi è talmente proverbiale che diventa difficile coglierne la carica originale, ma rimane una delle invenzioni più autentiche, corrosive  e dirompenti di cui la letteratura italiana – che peraltro ha sempre tenuto i due titoli, stante la loro irresistibile comicità, sulla porta – sia stata, nella sua spesso flebile storia, capace.

 

Tra le poche regole che mi diedi quattro anni fa, quando decisi di accettare l’offerta di voi cardiologi e di scrivere queste noterelle inutili in questa finestra sul web che insieme abbiamo chiamato Oblò, c’era quella (più volte tra me e me ribadita nel corso delle settimane) di non parlare di ciò che (del tutto personalmente) ritenevo fenomeno culturale passeggero, puramente pop, per quanto potesse essere influente, per quante migliaia di persone trascinasse alle sue mostre o ai suoi concerti. Era una mia regola, forse una fissazione inutile come le mie note, ma la rispettavo io, non mi importava cosa facessero gli altri, non mi importava che nessuno in realtà se ne accorgesse. E tutte le omissioni cui sono andato incontro in questi anni hanno obbedito a questa mia ossessione, senza eccezioni, senza (per fortuna) doverlo mai dichiarare esplicitamente.

 

Anche per questo, oggi, con un giorno di salutare ritardo, celebro con commozione il lutto di quello che ho sempre ritenuto uno degli scrittori più importanti della letteratura comica italiana del Novecento. Lo faccio segnalandovi il bel pezzo che ho citato sopra (e che ribadisce il profondo carattere intellettuale di molte opere di Paolo Villaggio) insieme a quello più classico scritto pochi anni fa da Claudio Giunta, che diceva così:

 

… il mondo all’interno del quale Fantozzi agisce è il mondo di una grande azienda, perciò “fantozziano” è soprattutto il rapporto che il rag. Ugo Fantozzi ha con i suoi colleghi e con i suoi superiori. Proprio qui sta uno dei tratti più originali di Fantozzi. Perché nei film e nei libri sul lavoro girati e scritti prima di Fantozzi il nemico era facile da riconoscere: era il padrone, o era il meccanismo inumano della produzione, dinanzi al quale i lavoratori stavano, come si dice, tutti nella stessa barca. Ma Fantozzi vive al crepuscolo dell’età della produzione industriale. I suoi uffici sonnolenti, le sue gite aziendali, i suoi impiegati che giocano a battaglia navale annunciano già l’età del post-industriale, del terziario, e insomma di tutta la fuffa che per un certo numero di anni ha fatto credere un po’ a tutti che fosse davvero possibile restare la quinta o sesta potenza industriale liquidando le industrie… Nei libri e nei film dedicati al lavoro i padroni si possono disprezzare o odiare come nemici, ma sono sempre nemici seri. Nei libri e nei film di Fantozzi, invece, i padroni e i dirigenti, prima di essere padroni e dirigenti, sono soprattutto degli imbecilli: gente ignorante, incapace, superstiziosa, meschina, puerile, piena di tic e di manie assurde, a cui nessuna persona sensata affiderebbe la direzione di una bocciofila, figurarsi un’azienda.

 

Il resto verrà scritto e interpretato nei prossimi anni. Con la lunga durata che è necessaria alla critica letteraria autentica, quella che troppo spesso ha snobbato i libri di Paolo Villaggio. Scopriremo così molte cose della sua comicità e dei suoi personaggi. E con pazienza scopriremo anche che La corazzata Potëmkin è un film bellissimo, eccezionalmente fulminante nella sua brevità. Ma per questo ci vorrà un po’ più di tempo, credo io.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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