Di tutte le cose in qualche modo «letterarie» che potete leggere oggi sul web ho l’impressione che l’unica che potrà lasciare qualche traccia di sé è una cosa che avreste potuto leggere già tanti anni fa in un libro, quando non c’era il web.

 

Il libro era (è) Lessico famigliare, uno dei libri italiani più interessanti degli scorsi decenni, e dunque la scrittrice era (è) Natalia Ginzburg. E il protagonista delle righe che potete leggere oggi è Cesare Pavese. E la novità non sta nelle righe ma nel ritrovarsele tutte di seguito, fuori contesto, a parlarci di una storia che sappiamo bene come sia andata malamente a finire:

 

Pavese commetteva errori più gravi dei nostri. Perché i nostri errori erano generati da impulso, imprudenza, stupidità e candore; e invece gli errori di Pavese nascevano dalla prudenza, dall’astuzia, dal calcolo, e dall’intelligenza. […]Nulla è pericoloso come questa sorta di errori. Possono essere, come lo furono per lui, mortali; perché dalle strade che si sbagliano per astuzia, è difficile ritornare. Gli errori che si commettono per astuzia, ci avviluppano strettamente: l’astuzia mette in noi radici più ferme che non l’avventatezza o l’imprudenza: come sciogliersi da quei legami così tenaci, così stretti, così profondi? La prudenza, il calcolo, l’astuzia hanno il volto della ragione: il volto, la voce amara della ragione, che argomenta con i suoi argomenti infallibili, ai quali non c’è nulla da rispondere, non c’è che acconsentire.

 

Aveva sempre, nei rapporti con i suoi amici, un fondo ironico, e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s’innamorava, e non nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato. Nell’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere, e da non essere mai per intero se stesso… […] e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso…

 

E insomma, è un libro vecchio, nessuna novità, e si parla pure di suicidio, che non è un argomento che mette allegria, lo so, e forse il titolo del post (con quel suo rifarsi a una presunta commozione) non è nemmeno azzeccato… Però Cesare Pavese è Cesare Pavese e Natalia Ginzburg è Natalia Ginzburg e io non credo che sia un modo migliore di leggere «cose letterarie» che non sia quello di rifarsi a due autori così grandi, anche a distanza di tempo. E quindi questo è il post che decido di lasciarvi oggi, nella speranza che ci venga voglia di non dimenticare i grandi scrittori con i quali, nel tempo, siamo diventati grandi anche noi.

 

Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai.

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Davide P.
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