Quasi solo due luoghi oggi. Però tutti e due tristemente famosi, indubbiamente allegorici nel loro risuonare tra le nostre mura di case quando siamo a cena, nomi di luoghi che abbiamo fatto diventare icone, come se già nelle sillabe che li compongono si potesse nascondere una delle verità che andiamo stancamente cercando a proposito del nostro tempo.

 

Il primo dei due luoghi si chiama Idomeni, ed è in Grecia. Nella mente di chi ne incrocia per sbaglio le immagini o ne ascolta inavvertitamente il suono, significa subito migranti, povertà, paura, filo spinato, futuro, insicurezza, assedio. Per questo, benché sia domenica di maggio, è forse giusto trovare il breve tempo che serve a farselo raccontare, questo luogo, Idomeni, «un groviglio di tende e fuochi da campo intorno alla ferrovia in disuso al confine tra Grecia e Macedonia», il più grande campo profughi d’Europa. Per questo, quindi, ho pensato di fare cosa utile proponendovene un racconto semplice e lineare ma essenziale, per come l’ho trovato io. Si intitola banalmente Cosa ho visto a Idomeni e dice così:

 

Idomeni è un borgo di un centinaio di case in mezzo alla campagna, il cui fulcro della vita sociale era probabilmente il barettino della stazione. Come tutto, anche questo adesso è regno dei migranti: ci vanno a prendersi un toast e un caffè e a ricaricare i cellulari. Probabilmente Idomeni sarà l’unico angolo della Grecia a non chiudere in recessione quest’anno.

Ormai il campo esiste da qualche mese, e pian piano tutti si stabilizzano. Racimolano una tenda in più da usare come magazzino e qualche coperta come materasso. Gli affari, legali e non, corrono: sono già arrivate le sigarette di contrabbando e i pomodori. Nascono i primi baracchini di cibo da asporto e di parrucchieri. Nadia, insieme al marito, prepara meravigliosi falafel a ridosso dei binari. Così riescono a comprare cibo buono per le loro figlie, tre bellissime sorelle di 17, 14 e 10 anni. Sono riusciti a guadagnarsi uno degli ambitissimi posti nei tendoni di Médecins Sans Frontières grazie all’ultima arrivata… una piccina di 2 mesi, nata a Izmir, in Turchia, pochi giorni prima che la famiglia al completo si imbarcasse per Kios, l’isola greca più vicina. È bella e sana, mi dice fiera, andrà tutto bene… Insha Allah.

Poco più in là Hussein, curdo siriano con la passione della musica metal, aiuta insieme alla moglie Aicha i volontari italiani di Hope for Children facendo traduzioni e segnalando loro le famiglie più bisognose dei beni che hanno portato col furgone.

 

Il secondo luogo è invece Scampia. Gomorra, no? Ecco, no: o almeno non solo, secondo il bell’articolo di Angelo Mastrandrea. Che parla di riscatto, di cultura, di scuola, di università, di architettura che diventa socialità e vitalità, quasi dalla cenere o peggio. Ve lo consiglio, caldamente, perché non sempre i luoghi allegorici sono luoghi comuni, anzi probabilmente non lo sono quasi mai. E Mastrandrea ci racconta, a proposito di Scampia, delle cose che ci sorprendono:

Se si volesse individuare un simbolo della rinascita del quartiere napoletano di Scampia dopo gli anni bui delle guerre di camorra e dei supermarket della droga, bisognerebbe andare a cercare tra le 120 associazioni attive sul territorio, un numero sorprendente per un quartiere di quarantamila abitanti considerato l’emblema delle periferie difficili italiane.

Lo si potrebbe individuare in uno dei cinquanta spazi pubblici “recuperati” nel quartiere: orti urbani e parchi autogestiti come quello intitolato a Melissa Bassi, la ragazzina uccisa il 19 maggio 2012 da una bomba all’istituto Morvillo-Falcone di Brindisi, o ancora il centro Mammut nella piazza intitolata a Giovanni Paolo II, dove si lavora quotidianamente con giovani e immigrati. Si potrebbe scegliere la palestra di Gianni Maddaloni, divenuta celebre dopo che il figlio Pino è diventato campione mondiale di judo, o citare la casa di produzione cinematografica Figli del Bronx fondata da Gaetano Di Vaio, che nella sua autobiografia Malavita (Einaudi) racconta di aver cominciato “a 12 anni con i furti” per poi arrivare alla droga e infine reinventarsi dopo il carcere.

 

E infine, ma solo per i più volenterosi, un ricordo, il millesimo. Quando sono venuto consapevolmente al mondo (cioè tardi, quando ho cominciato a provare a leggerlo, il mondo, con la poca e saltuaria intelligenza che avevo a disposizione) Marco Pannella era già un simbolo di troppe cose che io non capivo e che forse non mi interessavano nemmeno. Per questo ho sempre fatto fatica a leggerlo, seguirlo, ascoltarlo. L’ho anche incontrato in treno una volta, negli anni Ottanta, in uno di quegli scompartimenti per sei passeggeri che oggi non esistono più. Era in seconda classe, come me, e tenne un comizio a cinque sconosciuti per tre ore di viaggio, consecutivamente, senza stancarsi mai (stancando gli altri, però). Era quindi passione vera, pensai io. Ma non lo capivo lo stesso, sinceramente. E anche oggi, dopo tutti i necrologi e ricordi di ogni tipo, resto perplesso a pensare di non aver capito molto, forse nemmeno poco. Ma questo suo scritto che ho trovato in rete, ecco questo suo scritto mi è piaciuto molto, invece; e credo anche di averlo in parte capito. E ho pensato che metterlo qui sarebbe stato un giusto ricordarsi di quell’uomo instancabile che ho incontrato in treno trenta anni fa e ho ascoltato parlare senza osare dirgli che non capivo niente. Il discorso è questo, il passo che mi ha colpito di più questo:

Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo. Non credo ai “viaggi” e sarà anche perché i “vecchi” ci assicurano sempre che “formano” (a loro immagine) i “giovani”, come l’esercito e la donna-scuola. Non credo al fucile: ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare a eliminarlo. […]

La violenza dell’oppresso, certo, mi pare morale; la controviolenza “rivoluzionaria”, l’odio (“maschio” o sartrianamente torbido che sia) dello sfruttato sono profondamente naturali, o tali, almeno, m’appaiono. Ma di morale non m’occupo, se non per difendere la concreta moralità di ciascuno, o il suo diritto ad affermarsi finché non si traduca in violenza contro altri; e quanto alla natura penso che compito della persona, dell’umano, sia non tanto quello di contemplarla o di descriverla quanto di trasformarla secondo le proprie speranze. Insomma, quel che vive, quel che è nuovo è sempre, in qualche misura, innaturale.

Perciò non m’interessa molto che la vostra violenza rivoluzionaria, il vostro fucile, siano probabilmente morali e naturali, mentre mi riguarda profondamente il fatto che siano armi suicide per chi speri ragionevolmente di poter edificare una società (un po’ più) libertaria, di prefigurarla rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il proprio ambiente e senza usar mezzi, metodi, idee che rafforzano le ragioni stesse dell’avversario, la validità delle sue proposte politiche, per il mero piacere di abbatterlo, distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.

La violenza è il campo privilegiato sul quale ogni minoranza al potere tenta di spostare la lotta degli sfruttati e della gente; ed è l’unico campo in cui può ragionevolmente sperare d’essere a lungo vincente. Alla lunga ogni fucile è nero, come ogni esercito e ogni altra istituzionalizzazione della violenza, contro chiunque la si eserciti, o si dichiari di volerla usare.

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Davide P.
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