Non avrete il lieto fine, mi sento di dovervi avvertire fin dalle primissime righe: non questa domenica, insomma, niente lieto fine. Però avrete due città, una specie di spina dorsale dell’Italia dal Nord al Sud, dalla Mitteleuropa al Mediterraneo; due città bellissime di cui è quasi impossibile non innamorarsi (anche perché i racconti delle città e dei luoghi, chi mi conosce lo sa, sono davvero una delle più alte forme della letteratura, secondo il mio modestissmo parere; e niente è più complicato e suggestivo che il provare a descrivere la concretezza dei luoghi che abitiamo con l’astrattezza delle parole che parliamo… Oppure il contrario, piuttosto: l’astrattezza dei luoghi in cui viviamo con la concretezza delle parole che ogni giorno ci parlano e ci definiscono).

La prima città è dunque Trieste (lo so, sarà anche la sede del nostro prossimo convegno, lo so: e non posso che esserne ancora più felice), meravigliosamente raccontata attraverso le sue vie d’accesso e i suoi stabilimenti balneari da Pino Roveredo, che ne dice anche così:

Andando si può incrociare la sorpresa dei contorni: sulla sinistra c’è l’imponente parete carsica fatta di rocce e sasso che regala la sensazione confortante della difesa. Sulla destra invece si può ammirare, respirare e vivere la salvezza, meraviglia, orgoglio e bisogno impellente della città, intendo la bellezza del mare.

Onde in movimento. Onde che vanno, girano il mondo e poi ritornano schiaffeggiando la pietra coi loro baci di amore e sale.

Mare senza distinzione. Nel suo abbraccio si bagnano le natiche dei nobili, i piedi stanchi dei disoccupati, e i muscoli sudati dei pescatori.

Mare azzurro come il pesce, nero come la rabbia, e sporco come la cattiva coscienza di chi si offende. Acqua che vola e s’infila nella pelle, smuovendo stati d’animo senza rumore, perché la gente di mare parla poco, ma ha la lingua e la voce che non si fermano mai, e quando le parole smettono di essere masticate, facile che escono col colpo della sciabola!

E invece, improvvisamente precipitando, c’è Matera, che aspetta di essere capitale della cultura in Europa tra pochissimi anni e che è una delle città che più ho amato, nei miei viaggi in automobile verso il Sud. Di Matera ci racconta oggi Vincenzo Latronico, che ne traccia anche una piccola storia, una specie di memoria che sembra lontana ma è invece vicinissima:

Prima del luccicare dei depliant turistici, prima dell’invenzione del Sud come terra di bel vivere e fritto misto, i Sassi erano un complesso abitativo sottoproletario ad alta densità, rovente d’estate e tanto freddo d’inverno da rendere le ghiacciaie un commercio fiorente qui, a 60 km da Bari; nei camminamenti centrali, sul punto più basso degli avvallamenti, un canale fognario a cielo aperto defluiva verso il Basento attraverso i torrenti Jesce e Gravina. Dal Medioevo in questo Corviale paleolitico vivevano i servi delle famiglie nobili della civita, e i braccianti dei campi di cicerchie e fagioli, asserviti ai monasteri arrivati nella pianura circostante fra ‘600 e ‘700 (oggi è il grosso della città moderna). Cinquant’anni fa erano ancora lì. Solo nel dopoguerra i Sassi sono diventati uno scandalo nazionale – l’assenza di elettricità, acqua corrente e fogne in contrasto troppo smaccato con l’epoca della tv e dei viaggi spaziali. Una legge speciale ha trasferito l’intera popolazione in quartieri-satellite costruiti apposta (i “borghi del risanamento”) e i Sassi sono rimasti a lungo abbandonati.

E poi, come promesso dal titolo del post, c’è l’animale; che, in omaggio a tutte le cose che nel mondo sono “supercarine” (perdonatemi l’aggettivo, così poco letterario: è un lessico familiare, diciamo così, un piccolo vezzo che mi concedo, dalla mia distanza di stamattina), è il panda. Ci racconta alcune cose del panda Giuseppe Lipari nel suo blog, in un bel pezzo che si intitola Il senso dei panda per l’economia (titolo che rimanda a un altro titolo che, ci scommetto, alcuni di voi avranno già riconosciuto…), spiegandoci qualcosa che forse anche a voi, come a me, non era mai venuto in mente:

Ieri su twitter qualcuno ha linkato questo articolo. L’autore sostiene che i panda sono inutili consumatori d’ossigeno. Mangiano solo un tipo di bambù, non vogliono accoppiarsi, insomma sono animali che sarebbero naturalmente destinati all’estinzione, anche senza la presenza degli esseri umani. E quindi, lasciamo pure che la natura faccia il suo corso e che il panda si estingua.

Ma niente lieto fine, vi dicevo, perdonatemi. Niente lieto ifine anche se è domanica mattina. Perché in una settimana in cui si è molto discusso del web e delle sue responsabilità (che sono ovviamente le responsabilità nostre, che il web abitiamo e popoliamo…), ecco mi pare che la voce pacata di Francesco Cundari sia necessaria a ricordarci alcune cose elementari, che facilmente rischiamo di dimenticare. Il suo è un pezzo breve e importante; in cui egli, per esempio, dice anche così:

E invece penso che l’unica cosa di cui ci sarebbe bisogno, per grandi e piccini, è proprio di un po’ di vecchie favole senza lieto fine, che ci aiutino a coltivare la consapevolezza del fatto che il male non è eliminabile dal mondo, né dall’uomo. E questa non è una ragione per arrendersi, per non cercare di prevenire, curare e combattere sempre di più e sempre meglio ogni sua manifestazione, ma per farlo mantenendo sempre quella coscienza del limite che è indispensabile per evitare che la medicina si riveli peggiore della malattia.

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Davide P.
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