dove risiedono i desideri

Oggi, in rete, ho letto parole che mi hanno colpito, quasi ferito. Sono le parole di uno scrittore settantenne, Joseph Zoderer, sul «luogo natale», la cosiddetta Heimat. Questo è l’esordio dell’articolo di Zoderer:

 

Quando parlo di Heimat (paese, luogo, terra natale), sento immediatamente una sorta di disagio, pur dovendo ammettere che altri mi inquietano di più, come per esempio la domanda per quanto ancora sarà vivibile il nostro pianeta.
Prima di arrivare a pensare alla Heimat, mi vengono alla mente cose e pensieri collegati alla curiosità, alla nostalgia e alla solitudine: l’amore, la morte e ogni sorta di perché.
Ma forse, penso, tutto ciò ha davvero a che fare con la Heimat. Per casuale che sia il luogo in cui si nasce, è pur sempre il luogo del nostro primo incontro con questo pianeta, quindi il luogo più intimo dell’interrogativo: perché sono qui e che cos’è questa cosa in cui mi trovo e perché poi esisto?
Per quanto strano e assurdo ci possa sembrare, l’uomo sembra voler essere prima certo di sé e appena dopo accertarsi del mondo che lo circonda. Sprofondato in una vita catastrofica o forse nonostante questa, l’individuo cerca – proprio come le minoranze culturali o etniche – un’identità e un riconoscimento della sua peculiarità, come uno che, nella casa che va a fuoco, cerca disperatamente il suo certificato di nascita.
Io credo che questa identità sia un’esigenza fondamentale dell’uomo, proprio come l’aria, l’acqua e il pane. La dignità di sé, la capacità di proteggere e custodire la propria identità, la necessità di riaccertarsene in continuazione.

 

La ferita che riguarda Zoderer (il suo «disagio», per usare una parola che mi è preziosa) non è ovviamente quella che riguarda me. Lui racconta di Sudtirolo e di Stiria, io dovrei parlare di mare e di una città un po’ affranta, da cui sono fuggito con furore.

 

Però il brano prosegue e la Heimat di cui parla Zoderer diventa, così mi pare, una Heimat di chiunque, senz’altro la mia e probabilmente anche la vostra: una specie di garbuglio fecondo in cui si mescolano lingua madre, memoria e infanzia, le cose che ci rendono uomini, che magari si illudono di fuggire dalla loro Heimat mentre stanno solo invecchiando… Per questo ho voluto segnalare l’articolo di Zoderer su queste pagine così marginali. Per non domenticarlo e per non dimenticare il bel passaggio che riporto qui sotto, prima che andiate di là, se ne avrete voglia, a leggere tutto:

 

Dove risiedono i desideri? Probabilmente in un luogo lontano – che è quel luogo dove risiede l’ignoto ma la Heimat è invece la tana o l’inferno dell’abituale, oppure il muro uniformemente grigio che noi continuiamo a fissare finché non riusciamo a farvi con gli occhi un buco dal quale poter passare per rifugiarci nei nostri sogni.
La Heimat è una fortuna di cui un bel giorno si perde il ricordo, ma è nelle nostre ossa, in un nostro battito di ciglia, è tutto e quindi anche niente, è una lana fine con cui fare un nido, è odore di cucina, la voce della mamma, che una volta coccola e un’altra sgrida. E poi, in questa comunità dove tutti si conoscono, il mondo viene diviso, tra giudizi e dannazioni, e il potere è già distribuito, e tutti tornano nella loro tana, ricompaiono e scompaiono di nuovo, e la Heimat si trasforma lentamente in una campana di vetro sotto la quale si respira con sempre maggior affanno e si dovrebbe gridare per frantumare il vetro e poter finalmente toccare quello che si vede fuori.
Sì, certo, la Heimat è ciò che si conosce così bene che talvolta non si sa più che farsene.
La Heimat è la lingua più intima e consumata, più di tutto la lingua dei sospiri repressi. Assieme a essa cresce la contentezza, ma anche la voglia di pericoli – lei, la Heimat, è stata ed è la prima ruffiana tra chi fa domande e il mondo attorno a lui.

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Davide P.
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