di prima primavera

Immersi quasi all’improvviso nel primo fine settimana di primavera, mentre anche l’ora sta per cambiare e legalizzarsi, e le giornate diventare lunghe e gli aperitivi sui terrazzi finalmente lenti e interminabili come sempre dovrebbero essere, ecco, immersi in tutto questo, mi pare brutto chiedervi di dedicarvi a un libro o ad altra attività al chiuso, dopo il lungo inverno cui siamo stati costretti. Per cui, se mi date retta e se non siete troppo lontani, vi invito a fare un salto quaggiù, nel Sudest di una delle nostre isole, per andare a vedere un dipinto a cui forse non abbiamo prestato la giusta attenzione. Lo trovate in piazza Duomo a Siracusa; ma non nel maestoso duomo, bensì nella più piccola chiesa dedicata a santa Lucia, verso il fondo della piazza.

 

È un dipinto di Caravaggio, e forse non si addice molto a questa prima primavera (è cupo, come doveva essere il pittore lombardo in quegli ultimi terribili anni della sua vita) ma è senz’altro in accordo con il fine settimana che il Fai ha voluto dedicare alle bellezze del nostro paese. Ed è un dipinto la cui straordinarietà trovate splendidamente raccontata qui da Francesco Pecoraro (anche i dipinti vanno raccontati, anche l’arte trova il senso del suo esistere nell’essere narrata – non può non saperlo chi ha letto qualcosa di Roberto Longhi, per esempio, critico d’arte ma anche uno dei più grandi prosatori del secolo scorso), che riesce a svelarne in parte il mistero che sempre me l’ha lasciata un po’ eccentirca e incompresa:

 

Mi era un po’ passata l’adorazione per Caravaggio, quando mi sono imbattuto in questa pala d’altare annoverata dagli storici tra le sue opere “tarde” (all’epoca aveva solo 37 anni: la straordinaria precocità degli artisti del passato e in genere degli umani vissuti qualche secolo prima di noi, slombati novecenteschi, che abbiamo una speranza di vita doppia della loro e la buttiamo via lo stesso).

Di nuovo il sentimento prevalente è stato la stupefazione. Una pura e semplice, nonché commossa e quasi disperata, stupefazione, per il sentimento sconsolato completamente privo di redenzione che emana da quella pala, appesa sul fondo lontano di una chiesa bianca e internamente scarna, quanto esternamente interessante, esemplare del barocco magistrale e bizzoso che si produceva da queste parti.

Il quadro lo vedi da una bella distanza, immerso in una luce incerta (artificiale? naturale? entrambe le cose?), non certo favorevole, ma nemmeno sbagliata, e subito ti accorgi non solo della sua stranezza e originalità, ma anche del consumo che ha subito dal tempo, degli interventi subiti e poi rimossi, delle incertezze che devono aver incontrato tutti coloro che vi misero, anche brutalmente, mano.

È un’opera stranissima e, come molte altre di Caravaggio, se vuoi fartene una ragione non puoi fare a meno di conoscerne la storia e soprattutto di avere cognizione del momento difficilissimo che l’artista stava attraversando quando la dipinse – appena fuggito da Malta, dov’era riuscito a farsi fare e poi disfare Cavaliere del Santo Sepolcro, e in viaggio verso nord e un futuro incerto.

 

Ma invece, è probabile, Siracusa è un po’ tropo lontana dal luogo in cui vivete. E forse non avete nemmeno voglia di uscire per trovare una di quelle bellezze che il Fai avrebbe voglia di regalarvi, in questo fine settimana di prima primavera. E avete deciso, anche se c’è il sole, di rimanere chiusi a casa a leggere qualcosa che vi faccia compagnia. In tal caso, se proprio non potete fare altro, c’è un post di Paolo Nori che parla di come anche i matti cambino da regione a regione che potrebbe interessarvi e consolarvi; e c’è pure una splendida incantata poesia di Fortini, che vi parla, come meglio è impossibile, della primavera arrivata; oppure c’è un bell’articolo di Claudio Giunta a cui potete dedicarvi, a proposito dell’arte di parlare e di quella di ascoltare e di come le cose cambino e non cambino nel corso dei decenni che ci sono sembrati così ricchi di mutazioni e trasformazioni. Claudio Giunta scrive così:

 

Il lamento sulla crisi del dialogo e della conversazione è talmente diffuso nella pubblicistica degli ultimi due secoli da far pensare che tutti quelli che si lamentano rimpiangano un’età dell’oro che non si è mai data nella storia, se non nel formato anacronistico dell’accademia filosofica o del salotto. Turbati dalla scompostezza del dibattito corrente? Questo è Nicola Chiaromonte, 1968: «Fra i più, l’abitudine delle epoche civili e socievoli, di rispondere alla parola con la parola, al discorso coerente col discorso coerente, si è perduta. Alla parola oggi si risponde con l’atto, col gesto, con la lusinga, con la minaccia». Preoccupati dalla passività indotta dalle tribune politiche televisive? Questo è Eugenio Montale, 1961 (la TV italiana aveva sette anni):  «La quasi totale scomparsa della conversazione ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano intorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato, assiste al loro colloquio […] Mai sono esistiti tanti mezzi di comunicare, né così facili né così irresistibili. L’importante è che fra questi mezzi sia sacrificata la parola, che ha il torto di non essere abbastanza polivalente e di pretendere a qualche durevole verità».

Ora, ci sono pochi esseri umani più degni di ammirazione di Lasch, Chiaromonte e Montale, ma l’idea che la chiave per un’armoniosa vita sociale stia nella conversazione e nel dibattito è una di quelle idee che meritano forse meno credito di quello di cui generalmente godono.

 

Un bel tema su cui (ehm) discutere tutti insieme, senz’altro. E alla fine, pensate un po’, Giunta finisce anche per accennare alla scuola, a quello che vi si fa e non vi si fa e forse vi si dovrebbe fare. Ma se fosse questo l’argomento che vi interessa, be’, perdonate me e perdonate anche Giunta, ma è dall’amico Roberto che dovete assolutamente fare un salto oggi (sempre che dentro un blog si possa saltare, naturalmente). La sua amarezza, infatti, è molto spesso la mia. Il suo consiglio, a proposito di scuola, non può che essere esattamente il mio.

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Davide P.
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