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dal suo dimenticato angolo

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Vorrei, in questi momento, potervi fare vedere lo sguardo incredulo che hanno gli studenti liceali sedicenni che frequento la mattina, quando provo a dire loro: «Leggiamo qualche poeta contemporaneo…» ; e loro capiscono che non sto parlando di Montale o di Ungaretti (nati entrambi nell’Ottocento); e nemmeno (che già è tanto) di Fortini e Caproni (morti nel secolo scorso, il Novecento); ma proprio di persone vive, che escono di casa e fanno la spesa, che guidano la macchina e fanno il bagno in mare, che navigano su internet, come loro, e seguono il campionato di calcio di serie A, non è impossibile. Ecco, vorrei farvi vedere quegli occhi giovani e increduli, perché sono la più palese delle prove di come la poesia sia lontana dal nostro quotidiano, magari dimenticata, abbandonata da tempo in un angolo (chissà quale angolo) della nostra esistenza collettiva, eppure ancora viva, presente, percepibile: e l’incredulità dei loro sguardi si fa improvvisamente, non so come, sollievo. E poi curiosità, quasi sorriso.

 

Però, insomma, da un paio di giorni abbiamo un poeta in meno, volevo dirvi. Perché l’altro ieri è morto Pierluigi Cappello, friulano, cinquantenne, che sicuramente era uno di quelli che in quell’angolo dimenticato della poesia non aveva mai smesso di tornarci, per poi stupirci e regalarci sollievo, e a volte un sorriso incredulo. Trovate notizia della sua scomparsa qui, insieme a un paio di link che rimandano a sue belle poesie. Poi c’è un commosso, struggente ricordo che gli ha dedicato il suo amico e lettore Davide Brullo, che scrive anche così:

 

… la sua idea di poesia: fatica inossidabile, fiamma nell’incavo dell’oscurità. Cappello si riferisce, in particolare, al «secolo più impervio dell’Europa», quando «il Sacro Impero si era spento nell’accidia di Carlo il Grosso, le coste settentrionali del continente erano battute dai drakkar norvegesi, quelle meridionali dalla pirateria saracena, un silenzio di cenere segnava il passaggio a oriente dei cavalli ungari» e i monaci «chiusi nei loro chiostri, piegati sulle pergamene negli studia scriptoria, agli incendi di intere città contrapposero le fiammicelle delle loro lucerne». Ecco, la grande sfida del poeta di fronte a un secolo di macerie, indifeso contro l’indifferenza dei tempi; la «sfida contro il cielo…»

 

Ma trovate un paio di sue bellissime poesie anche in altri luoghi del web. Una qui, che parla di una nascita ed è commovente e straziante, e un’altra qui, quasi più bella, che parla di noi e del nostro pregare, anche quando non preghiamo e soprattutto non crediamo. Che è poi, in definitiva, quello che dal suo dimenticato angolo ha sempre fatto la poesia, qualsiasi poesia, di qualsiasi poeta:

 

Padre, io a te
io inchiodato a te su questo scoglio
divino che conosci la tua alba
e allacci la tua potenza al fulmine
da questo culmine di spasimo
io vinto mando a te
vincitore di padri
la prora disorientata delle mie parole.
Concedi a coloro che erano ciechi
e a dismisura adesso vedono,
rotto il sigillo della fiamma,
l’ustione della carezza, il fragore
del pugno, ora che sanno
il tossico del palmo e delle nocche
ed è notte, profonda notte
a occidente di ogni immaginare
ora che le iridi conoscono
le costellazioni del dolore e del piacere;
concedi loro di sopportare
per ogni ciglio sospeso alle tenebre
al tramonto di ogni palpebra sfinita
la pronuncia dell’alba e del crepuscolo
e il rombo immenso, che sale dall’uomo.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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