Cosa ci lasciano

Nel giro di due giorni – a volte le coincidenze prendono davvero le sembianze di un destino – sono scomparsi due uomini che hanno fatto la storia della cultura italiana degli ultimi cinquant’anni; due figure a cui non sarà possibile non guardare quando ci si chiederà il senso del fare cultura letteraria nel mondo occidentale che viviamo e ci sforziamo di comprendere.

Domenica 16 marzo è morto Cesare Segre, semiologo, filologo e critico letterario di straordinaria sensibilità. Io lo incontrai (letterariamente parlando) studiando e leggendo le Satire di Ariosto, di cui lui aveva curato un’imprescindibile edizione. Le sue poche righe introduttive ai quei testi, così contortamente ironici, furono per me un regalo impareggiabile: mi regalarono la comprensione di Ariosto e della sua poesia lieve e faticosa, sorridente eppure tragica; mi regalarono (dono immane come una condanna) la scoperta dell’Orlando furioso.

In rete si trovano tanti ricordi di Segre. Ognuno di noi, con una semplice ricerca su Google, ne può trovare davvero decine. Io ne propongo qui uno soltanto, quello che più mi è piaciuto, scritto da Remo Cesarani: il ricordo di un Segre filologo illuminista spericolato, come forse nessuno di noi studenti poteva nemmeno immaginarselo. Poi, invece, per quanti avessero un briciolo di tempo in più, bellissima e impegnativa è la lettura di questo saggio critico sulla culturologia e le classifiche degli autori e degli scrittori. Uno scritto puntuale e ricchissimo, che può essere anche una bella risposta a quanti in questi giorni si chiedono quale possa essere il futuro della letteratura e del mare in cui gli scrittori si trovano oggi a nuotare.

Ma non basta, purtroppo. Perché martedì 18 marzo, cinque giorni fa, è morto anche Ezio Raimondi, altra figura di spicco straordinario nel campo della critica letteraria italiana. Di lui è bellissimo il ricordo di una studentessa dell’università di Bologna, condiviso con Corrado Augias; così come valgono un’attenta lettura le parole lucide e misurate di Paolo Ferratini, pubblicate qui.

Ma di Ezio Raimondi, più di ogni altra cosa, chiunque di noi non può che ricordare l’opera di studioso di Alessandro Manzoni. E continuare a consigliare, a chi avesse ancora la bella fierezza di apprezzare il più grande romanzo del nostro Ottocento letterario, la sua straordinaria, insuperata raccolta di saggi Il romanzo senza idillio, che di Manzoni seppe cogliere quella mai sopite inquietudini che sfuggono, ahimè, a così tanti nostri studenti e, doppio ahimè, non solo studenti.

Davide P.
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