Contemporaneo di Karl Jaspers, amico e corrispondente di Sigmund Freud, lo psichiatra svizzero Binswanger pensava alla malattia mentale come ad uno dei modi possibili di porsi del­l’essere umano nei confronti del mondo che lo circondava, una disposizione soggettiva dell’individuo verso la realtà e la vita di relazione con le altre persone.

Uno degli studi di Binswanger fu infatti rivolto all’esame della diversa consapevolezza del senso del tempo che era presente nei soggetti deliranti rispetto a quel­li che non erano affetti da patologie psicotiche. Nel suo inse­gnamento risultava mutata in profondità la concezione stessa della terapia psichiatrica.

Il medico diveniva colui che interagiva con l’intimità esi­stenziale dell’ammalato che aveva di fronte. Se questo, secondo Binswanger, era il terreno del confronto tra il medico ed il paziente con malattie mentali, le dottrine psichiatriche di tipo organicistico e sperimentali allora emergenti, che facevano rife­rimento ad un modello medico e biologico puro di lettura della malattia mentale, avrebbero perso di vista il senso più profondo del lavoro terapeutico da compiere. Avrebbero trascurato il valore della presenza e della comunicazione umana.

Furono questi presupposti che portarono Binswanger a esercitare la professione in una clinica psichiatrica molto particolare, in cui viveva a contatto diretto e continuo con i propri pazienti ed in cui poteva osservare direttamente le loro vite. Si trattava del Bellevue Sanatorium di Kreuzlingen, la città natale di Binswanger sul lago di Costanza, che egli diresse per lunghi anni fino al 1956.

Redazione ATBV

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