atti di venerazione

Di tutte le cose che ho letto in questi due giorni sul web, una mi torna sempre in mente e riguarda un ritratto (starei per dire il ritratto, il più famoso del mondo e di tutti i tempi) e il sorriso con cui quel ritratto (la giovane donna che vi è ritratta, per l’appunto) guarda noi e il nostro passare di lì, ammucchiati davanti a lei, alla ricerca di qualcosa altrimenti introvabile… Ma, lo sospetto, in ogni caso introvabile.

 

L’articolo sulla cosiddetta «Gioconda» che vi sto implicitamente consigliando di leggere è molto interessante, a mio parere; e per tantissimi motivi. E comincia così:

 

Vi è forse capitato, come è capitato a me diversi anni fa (trenta, forse quaranta) di andare a Parigi solo per vedere la Gioconda, incanalati, pressati come sardine, lungo la Grande Galerie del Louvre, nella sala VI, dietro migliaia di persone, per l’incessante, quotidiano pellegrinaggio alla Regina incontrastata dell’Arte, all’opera più famosa di tutti i tempi? Allora avrete capito che non è una visita, ma un vero e proprio atto di venerazione, uno straordinario sincretismo religioso, che si realizza in nome dell’arte. Gente di tutte le latitudini, di tutte le religioni, di tutte le razze, di tutti i ceti sociali, di tutte le lingue, si ritrova là, disposta a semicerchio, nel santuario di Monna Lisa, davanti alla “reliquia” , alla silente icona di Parigi (ironia della sorte per un’opera italianissima) dipinta da uno dei più grandi geni – forse il più grande – che l’Italia e l’umanità abbiano mai avuto

 

E poi, dopo qualche riga, continua dicendo qualcosa di ancora più rilevante:

 

Ma in realtà Monna Lisa tu non la vedi , tutt’al più la intravedi . C’è una distanza di sicurezza, c’è la vetrina blindata che racchiude l’immaginetta – fissata alla parete col cemento , protetta da due lastre di vetro antiproiettile a tripla lamina , poste a venticinque centimetri l’una dall’altra. Tu la puoi solo immaginare, la Gioconda. Alla fine te la rivedi sul depliant, o ne compri una delle tantissime orrende copie che stanno vicino alla biglietteria. E ti porti a casa quella , oppure quella presa in fotografia, ma potrebbe essere una qualsiasi, magari costruita da te stesso, come hanno fatto a milioni, artisti celebri compresi ( Legér , Dalì, Duchamp, Magritte , Warhol , Botero , ecc) nell’intento di sacralizzarla, o dissacrarla. E’ una specie di wudu, Monna Lisa, che trovi dappertutto, dai purganti ai preservativi.

 

È un’esperienza comune, questa del museo e dell’icona culturale che vi è contenuta. Avviene un po’ ovunque, avviene quando si è in giro in vacanza e quando si è in gita scolastica (come se, appunto, potesse essere in qualche modo, chissà quale, «formativa»). Avviene in tanti luoghi di Parigi e di Roma, ma anche a Berlino, davanti alla porta di Ishtar, o a Firenze, davanti a certi tanto famosi quadri di Botticelli. Ne accenna, in un post assai interessante anche per altri motivi, Massimo Mantellini, parlando sempre della Gioconda e di tutti noi che andiamo lì e la fotografiamo (come se non ci fossero abbastanza riproduzioni fotografiche, della cosiddetta «Gioconda»…). C’è insomma (oltre a tutto quello che troverete scritto e raccontato sul ritratto leonardesco andando avanti nel post che ho linkato) un’idea della cultura e di quello che essa rappresenta oggi nel mondo che viviamo e quotidianamente costruiamo. Ed è un’idea che ha, secondo me, in parte a che fare con quello che ha scritto in questi giorni Nicola Lagioia a proposito del nuovo saggio di Bauman. Ecco, Lagioia scrive così:

 

Oggi, possedere una cultura è un buon biglietto da visita per l’ingresso in società. Ammessi a quella rutilante e a volte sinistra festa in maschera che è per ora il XXI secolo, ci accorgeremo molto presto che il nostro abito culturale – ciò che ci aveva fatto varcare i cancelli del palazzo con relativo inchino dei buttafuori – è il travestimento perfetto per risultare ininfluenti nel caso ci venga voglia di cambiare le regole del gioco. Anche perché, più che possedere una cultura forse ci stiamo limitando a macinare dei consumi culturali. […]Durata, universalità, misteriosa refrattarietà a un fine pratico. Ecco tre prerogative della bellezza artistica di cui il mondo 2.0 vorrebbe sbarazzarsi. I prodotti culturali hanno oggi un fine ben preciso (vendere), un target (per tutti i gusti, appunto), e la deperibilità necessaria al rapido rimpiazzo.

 

Il quale Nicola Lagioia, a mio (di nuovo) inutilissimo avviso, vi dico la verità, ha anche questa volta ragione.

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Davide P.
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