angoli di buio

«Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla.»

 

Mi direte magari che non pare di splendido augurio ricominciare proprio con un suicidio e forse avrete anche ragione, non lo so. Ma ci sono voci che vanno oltre la loro malinconia e disperazione, ho sempre pensato io; parole di poeti che ci hanno fatto capire e innamorare e anche disperare, è possibile, e a cui pertanto non possiamo smettere mai di essere grati, per la verità vche improvvisamente ci hanno regalato, come una luce che illumina angoli di buio che nemmeno sapevamo di avere, anche quando si sono accompagnate a gesti così estreme da farci, ogni anno, il 27 agosto, che era appunto ieri, paura.

 

Le parole che avete letto all’inizio di questo post (con cui riprendo l’attività dell’Oblò, grato ai medici che continuano generosamente a ospitarmi) sono parole di Cesare Pavese. Le ho trovate in un lungo post che ripercorre la biografia letteraria e intellettuale del poeta delle Langhe attraverso la sua corrispondenza privata, ricca e bellissima, sia per sentimenti che per destinatari. È un post lungo e impegnativo ma ottimo per cominciare a parlare ancora di letteratura cercando in essa quelle tracce di verità che non abbiamo ancora (ostinati noi) a cercare altrove. Perché, così pare a me oggi, più letteratura di questa, così intrisa di dolore e di fatica, non c’è niente.

 

Mi saprete dire voi. Il link è comunque questo, da cui volentieri traggo anche quest’altra terribile citazione dalle lettere di Cesare Pavese:

 

«Eppure è accaduto a molti che un amore li ha distrutti e ammazzati. Sono forse più bello perchè non debba capitare a me? La lotta ora non è più tra il sopravvivere o decidermi al salto. E’ tra decidermi al salto da solo come sono sempre vissuto, o portare con me una vittima – perchè il mondo se ne ricordi. Tutti i giorni, tutti i giorni, dal mattino alla sera, pensare così. Nessuno ci crede: è naturale. E’ forse questa la mia vera qualità (non l’ingegno, non la bontà, non niente): essere invaso d’un sentimento che non lascia cellula del corpo sana. E’ davvero l’ultimo orgoglio: nessuno per nove mesi avrebbe retto a uno strazio simile. Anche lei che parla: un altro – chiunque – a quest’ora l’avrebbe già uccisa.»

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Davide P.
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