a proposito di libri

Guardo i miei libri e mi chiedo quanto tempo io possa aver dedicato loro in questi ultimi trent’anni. Quanta energia, quanta dedizione (inutile?), quanto denaro, quanti stracci della polvere, quanti scaffali dell’ikea, quante maledizioni, quanti segni a matita sulle pagine, quanti sguardi interrogativi, quante risposte ritenute a vario titolo definitive e invece sempre provvisorie.

 

Guardo i miei libri e le domande che essi mi pongono (o è piuttosto l’eco delle domande che io ho posto a loro nel corso degli anni?) sono domande che escono da questa stanza, che pretendono altri luoghi e altri contesti, che aprono i muri a cui li ho appoggiati e mi chiedono di guardare, per quel che mi è possibile, oltre.

 

Guardo i miei libri, insomma. So di doverne rileggere alcuni, prima che il tempo mi scivoli via come già sta facendo. Mi chiedo come sia stato possibile, un tempo, illudermi che uno di loro (o anche tutti insieme, come se fossero un unico libro, che è quel che in effetti sono) mi avrebbe fatto capire quello che c’era da capire e che io non sapevo. Mi dico che non ho mai capito niente se non che era un’illusione; e che è ormai troppo tardi per farsi queste domande.

 

Guardo i miei libri e guardo lo schermo del mio computer, anche lui fitto di parole, di segni, di idee, di lettere che si intrecciano cercando di dire il mistero della realtà. Guardo lo schermo ed è di nuovo di libri che oggi il mio computer mi parla, scivolando silenzioso sui fili sottili della rete che chiamiamo web, facendo eco a me stesso, spingendomi ad alzare lo sguardo per rifarmi un’altra volta, per l’ennesima volta, la solita domanda. Era il caso? Ne valeva la pena? Non è una domanda cui sia consentito dare una riposta, non nel tempo mortale. Per cui, dopo aver guardato a lungo (inutilmente?) i miei libri, quel che mi resta è di lasciarvi soltanto i link che mi hanno spinto a farlo, a guardarli.

 

Il primo parla del mercato dei libri, ci rattrista ma ci consola anche un po’. Ci dice soprattutto che i libri sono oggetti di consumo, come molte altre cose. Ma non sono soltanto quello. Il secondo link, il mio preferito, ci dice che togliere i libri a una persona non dovrebbe mai essere consentito, per nessuna ragione; e che una collettività che pretende di farlo dovrebbe forse chiedersene le ragioni, leggere altri libri che la dissuadano, alzare lo sguardo verso un orizzonte un poco più lontano. Il terzo link, sempre a proposito di libri, dovrebbe essere scherzoso (la rubrica lo è) ma questa volta ci riesce un po’ meno, e si fa serio, quasi malinconico. E ci chiede che cosa sarà dei libri che stiamo guardando, interrogando e leggendo quando noi non ci saremo più; che fine faranno, che cosa dobbiamo fare, come possiamo proteggerli dalla nostra assenza. È un bell’articolo e a me ha fatto venire in mente una poesia di Borges, che ho letto a una cena non tanto tempo fa. Ve la riporto sotto, se siete arrivati a leggere fino a qui.

 

I miei libri

I miei libri (che ignorano che esisto) sono parte di me come il mio viso
di tempie grigie e di grigi occhi che vanamente cerco negli specchi
e che percorro con la mano concava.
Non senza qualche logica amarezza
suppongo che le parole essenziali che mi esprimono
stanno in quelle pagine che mi ignorano, non in ciò che ho scritto.
Meglio così. Le voci dei morti mi diranno per sempre.

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Davide P.
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